Il Perchè”
Se ci guardiamo attorno, molti sono gli approcci per creare architettura, ma nessuno permette alle persone di costruire qualcosa che li rappresenti. Siamo tutti d’accordo che l’architettura deve essere ottimizzata, nei costi, nei consumi, nell’impronta di carbonio, ma quale direzione deve prendere dal punto di vista umanistico? Noi pensiamo che così come le costruzioni del passato ci raccontano molto di chi erano i nostri predecessori, le nostre dovrebbero fare lo stesso con chi verrà dopo di noi. A tutti i livelli, sia che si tratti di una casa popolare che di un teatro o di un parco, l’architettura deve parlare delle persone. Nel passato, anche se probabilmente il cambiamento climatico non era nemmeno stato inventato come termine, il clima è sempre stato un fattore determinante, semplicemente perché, per creare ambienti il più possibile confortevoli, bisogna capire quali fossero le forme che meglio vi si rapportavano. Naturalmente anche i materiali a disposizione hanno sempre avuto un ruolo fondamentale, perché in qualche modo definiscono ciò che è possibile realizzare. Super-semplificando, possiamo dire che clima e tecnica, in relazione alla funzione desiderata, hanno quasi sempre plasmato la forma dell’architettura nel passato, ovunque nel mondo. Ovviamente se parliamo di opere come le piramidi questo non è vero (forse), ma se ci limitiamo ad edifici “spontanei”, come le semplici abitazioni, questo è sostanzialmente sempre ciò che è accaduto, indipendentemente dall’emozione che creavano. Si, perché l’architettura è per definizione l’unione di razionale ed irrazionale, di funzione e bellezza, di ottimizzazione e superfluo. Tutto il resto è temporaneo.
In Italia, in Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, due regioni con clima e materiali disponibili simili, troviamo costruzioni tradizionali molto differenti. La stessa cosa succede se allarghiamo lo sguardo al mondo, basti pensare che anche alcune zone della Cina e dell’Europa hanno avuto le stesse condizioni di partenza da questo punto di vista. Queste differenze ovviamente dipendono dalla diversità culturale, dal differente approccio con cui si crea ed usa la tecnica per rispondere a bisogni. Il “come” affrontiamo una situazione è più importante del “cosa” utilizziamo per farlo, perché qualunque sia la situazione di partenza ed i mezzi a disposizione, sarà principalmente il nostro approccio a caratterizzare il risultato. Tutti noi sappiamo che questo è vero, in ogni aspetto della vita, dalla musica che ascoltiamo (che non ha alcun motivo pratico di esistere), al cibo che mangiamo (che scegliamo per il gusto oltre che per le qualità nutrizionali), ai vestiti che indossiamo (che selezioniamo attentamente, perché fanno supporre agli altri chi siamo), al modo in cui parliamo (che non riguarda solo il concetto che esprimiamo, ma l’emozione che proviamo). Quindi nella ricerca della risposta corretta ad un bisogno, non c’entra nulla la perfezione, che si può inseguire ma non raggiungere, c’entra la corrispondenza con la nostra mentalità. Esistono moltissime soluzioni corrette, non una sola, ma solo alcune che ci appaiono appropriate. Il risultato è una straordinaria ricchezza di diversità nel mondo, in qualunque campo, anche nella natura. Questo lo vediamo chiaramente nelle architetture tradizionali, che ci esprimono le diversità culturali del passato, mentre nelle città contemporanee questo non avviene. Si potrebbe pensare che sia anche giusto così, che l’omologazione del pensiero portato dalla globalizzazione sia una realtà, e che di conseguenza la produzione architettonica odierna semplicemente lo rifletta. Infatti, tutti parliamo inglese, tutti ascoltiamo le stesse notizie di attualità e tutti leggiamo gli stessi libri. Eppure, tutti parliamo principalmente la nostra lingua, ci interessiamo più che altro delle notizie nazionali e leggiamo libri di connazionali. La globalizzazione rappresenta una connessione globale, non omologazione. È una valorizzazione delle diversità, non la loro negazione. Eppure, nel mondo, le città si somigliano sempre di più, perché se da un lato la maggior parte delle persone non ha alcuna voce in capitolo nella definizione dello spazio fisico di una città, dall’altro l’architettura, nella sua fase prettamente creativa, non è più concepita come unione fra arte e tecnica in egual misura, ma spinta verso uno dei due estremi, in entrambi i casi distribuita uniformemente in tutto il globo. Noi non siamo interessati a questi. Vogliamo risolvere problemi, progettare e costruire nel modo più efficiente, preciso, innovativo ed all’avanguardia oggi possibile, ma siccome sappiamo che tutto prima o poi diventerà obsoleto e che senza un motivo per amarla, ogni costruzione resterà senza alcun valore, vogliamo che l’architettura torni a parlare delle persone. Vogliamo scoprire cosa ci rappresenta oggi come esseri umani, vogliamo scoprire le architetture tradizionali di domani.